Attualità in Campania
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Verticale di Fiano di Avellino Cantina del Barone con il gruppo " A Casa de_Gustavo"

E' forte il desiderio di ritrovarci , nel solito gruppo di appassionati di vino " A Casa de_Gustavo"(andatelo a visitare su Facebook) composto da wine-lovers, corsisti Ais, sommelier e persino un degustatore ufficiale Ais, nonchè ginecologo in pensione(ahilui).
Non riusciamo ad incrociarci a Taurasi per l'Anteprima Taurasi, ed allora pianifichiamo subito per vederci il martedì successivo " A Casa de_Susanna" , ufficialmente per ripassare gli argomenti d'esame Ais al quale dovranno sottoporsi di qui a qualche mese la maggior parte del gruppo, di fatto per abbandonarci ai soliti bagordi mangereggi e beverecci. Il consueto clichè , tu cucina questo, io cucino quello, i vini? Io porto questo , tu porti quello...Non avendo ancora dato conferma della della mia presenza, alle 15:00 del pomeriggio, mi balena in testa un'idea . Chiamo Luigi Sarno , l'enologo-patron di Cantina del Barone , giovanotto ventisettenne, riccioluto, moro, giubbino di pelle stile Marlon Brando in "Fronte del Porto", e lo
convinco in quattrequattrotto a partecipare alla serata con una miniverticale di Fiano del suo areale. Ecchècavolo, avranno pure diritto di capirne qualcosa sulla memoria storica dei nostri vini, questi baldanzosi corsisti, prima di affrontare il durissimo esame A(h)is? Detto fatto, alle 19:45 ci troviamo a Sorbo Serpico dalla solare Susanna che ci accoglie, come al solito a bvaccia apevte, con la sua consueta evve moscia . Non so se l'ha sempre avuta o se la pratica da quando ha incominciato il corso per sommelier, così, giusto per darsi un tono più da ...cugina d'oltralpe. Bandendo alle ciancie, presentato a tutti l'enologo-barone, procediamo immediatamente alla degustazione .
"Campione di botte" Fiano 2010 cru "Particella 928"
Si presenta leggermente velato a causa dell'affinamento sulle fecce fini e perchè non è stato ancora filtrato.
Il colore non è ancora definito, in regola con la relativa fase di evoluzione del vino, lascia intravedere un potenziale giallo paglierino vivo.
L'intensità, e quindi la prima botta al naso che avvertiamo è la fragranza, frutto del lavoro dei lieviti appena terminato. In successione le embrionali note floreali (acacia) e fruttate (frutta gialla) appena accennate, stante la fase di azione degli enzimi intenti ad operare la rottura di macromolecole per la formazione dei precursori aromatici. Al gusto si sente tutta la spigolosità di una spalla acida sicuramente non bilanciata da eventuali morbidezze di là da venire. Corpo pieno, caldo, ancora poco morbido.Non possiamo dare voti a questo vino, significherebbe valutare l'esperienza di un "bambino di tre mesi", l'assaggio, a scopo didattico, doveva servire per far conoscere ai corsisti la prima fase di evoluzione di un vino.
Fiano di Avellino docg 2009 cru "Particella 928" voto 85/100
Qui invece notiamo un bel colore giallo paglierino vivace, dotato di intensità luminosa e lucentezza.
Al naso si percepisce una forte intensità di fiori bianchi (acacia , gelsomino) e frutta gialla ( pera, mela golden) e qualche nota di frutta secca (nocciole) . Abbiamo avvertito, in terza battuta, anche un sentore erbaceo (paglia), che andando ad aggiungersi agli altri, ne determina una notevole complessità. In bocca abbiamo registrato un bell'ingresso largo, polposo ma pulito, buona anche la lunghezza sostenuta oltre che dalla notevole freschezza anche da una sorprendente sapidità. A dispetto dell'annata, non proprio delle più felici in termini meteorologici, prevediamo per questo vino una bella longevità.
Fiano di Avellino docg 2007 voto 82/100
Per quanto riguarda il colore, ci risulta un giallo paglierino carico, qualcuno dice con nouances dorate.
Ancora buona vivacità e lucentezza. All'olfatto avvertiamo un sentore intenso di fiori dal profumo deciso (zagara, magnolia) e di frutta gialla matura (pera, mela), e ancora frutta secca (nocciole), qualcuna, Rita, aggiunge mandorla. Abbastanza buona la persistenza, valutata l'annata calda a cui è stato sottoposto l'areale di Aiello-Cesinali-S. Michele.
Fiano di Avellino doc 2000 voto 87/100
Siamo ancora nel disciplinare della doc (la docg parte dalla vendemmia 2003).
Osservando il vino su un fondo bianco, notiamo un bel colore giallo dorato sorprendentemente vivace e luminoso. Al naso, personalmente sono rimasto interdetto nei primi cinque minuti : oltre alla frutta, non riuscivo a sentire altro. Ma nei successivi cinque minuti,alle mie narici si è aperto un ventaglio olfattivo di notevole intensità e complessità . Alla confettura di albicocca, si è aggiunto il sentore di frutta secca tostata
(nocciole e mandorle), thè verde e perfino una decisa nota minerale di zolfo. Tale nota minerale è stata avvertita per primo da Gennaro Albano, degustatore ufficiale AIS, per il quale questo è il millesimo che lo ha colpito di più.Infatti, abbiamo valutato un ingresso sapido in bocca, con freschezza mitigata dal tempo ma sufficiente a sostenere il buon corpo del vino. Gusto pieno e lungo, con sensazioni avvolgenti che perdurano con piacevolezza.

Fiano di Avellino doc 1999 voto 89/100
La valutazione sul colore è unanime : giallo dorato carico con ancora buona vivacità e lucentezza.
Una lievissima nota di maderizzazione ci arriva al naso, subito sovrastata da sentori prevalentemente secondari e terziari : frutta secca tostata(mandorle e nocciole), confettura di frutta gialla, cotognata, miele, foglie secche, ed infine roccia e pietra focaia. Si riconfermano, al palato, le sensazioni percepiteal naso, ma in funzione retrolfattiva e più concentrate. Quindi ritornano tutti i sentori e ancora una volta la sapidità completa il tutto e rende la beva lunga, pulita ed elegante. Averne ancora di questo vino...
Bellissima esperienza, a detta di tutti i partecipanti, da ripetere sicuramente, magari con più aziende e più annate . Promesso!!! E' molto importante tracciare una memoria storica delle annate, e naturalmente quante più annate si hanno a disposizione, maggiore sarà la conoscenza da utilizzare per il futuro. Per esempio, nelle valutazioni finali, Luigi Sarno ha riconosciuto che tali esperienze sono fondamentali per lui, in quanto gli consentono di far tesoro di alcuni errori fatti nel passato, tipo la diraspatura delle uve prima di andare in pressa che determina una perdita di parte dell'erbaceo e del tannico, fondamentali per la longevità del vino. Oppure la mancata pratica dell'affinamento sulle fecce fini che determina una minone intensità aromatica.
Alla luce di questi risultati, per l'annata 1999, realizzata da un ragazzino di diciassette anni (ora ne ha ventisette), studente dell'Istituto Agrario di Avellino, sorretto solo da alcuni consigli carpiti al dott. Rocco Rotunni, laurea in scienze agrarie a Piacenza e successiva specializzazione in enologia, enologo di Mastroberardino negli anni '90, al quale sino al '97 la famiglia Sarno aveva conferito le uve, ci siamo domandati tutti, alla fine dell'incontro, che cosa potrà diventare questo cru "Particella 928" annata 2009 (ma anche la 2010), di qui a una decina di anni, e con l'esperienza di oggi grazie anche a queste verticali?
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Calafè, ovvero il Greco da invecchiamento

Benito Petrillo è uno di quei "lupi" irpini saldamente ancorati alle radici della propria terra. Una vita spesa nell'editoria, la sua libreria in via Tagliamento ad Avellino, rappresenta un riferimento preciso, nel campo.E' nel 1999 che Benito, meritatamente pensionato, acquista circa tre ettari di terra a Prata Principato Ultra (Salerno era il principato "citra "), lungo la ss 88 o Via dei Due Principati, in località Vigna (vedi il caso)e li impianta a vigneti, nel cuore dell'area docg del Greco di Tufo,cosa volete che ci piantasse, se non il vitigno caratterizzante del luogo? La sua filosofia è : "ogni luogo ha il proprio carattere, il compito del vignaiolo è quello di far parlare il luogo nel bicchiere". Ed è proprio per dare voce alla sua terra che "pubblica", nel 2006, le sue prime mille bottiglie di Greco base, ipotecando già, l'uscita del suo cru Ariavecchia, nel 2008, dopo un invecchiamento di ben due anni." Crediamo sia il caso di sfruttare al massimo le eccezionali potenzialità d'invecchiamento che questo vitigno possiede, fa parte della nostra concezione di vinificazione, non a caso lo facciamo anche con vitigni meno vocati, tipo il pallagrello bianco, un esempio è quello della cantina Selvanova di Castelcampagnano, che pure seguiamo", dice Gennaro Reale, enologo aziendale. A inizio 2006, Calafè prende in conduzione due ettari e mezzo di aglianico tra Montemarano e Castelfranci, realizzando così, con le uve migliori, le sue prime 4750 bottiglie di Taurasi appena uscite, ora, con un anno di ritardo rispetto al disciplinare(molti produttori hanno già immesso sul mercato la 2007). L'invecchiamento avviene esclusivamente in botti grandi, da 10 q.li e qualche tonneaux da 5, "barrique, non ne abbiamo proprio, in azienda" ci tiene a sottolineare Gennaro Reale, da due anni enologo dell'azienda, appartenente al team Vignaviva, lo stesso di Sebastiano Fortunato, e di cui sta continuando il lavoro intrapreso. Coltivazione dei vigneti in integrata, qualche concimazione, ma organica, trattamenti a base di zolfo e rame, diserbo meccanico, produzione max 70 q.li ad ettaro, densità circa 4000 ceppi per ettaro, questo è ciò che si fa in vigna. Ma veniamo alle degustazioni e relativa scheda :

Greco di Tufo 2009
Nel bicchiere notiamo un bel colore giallo paglierino carico, grandissima vivacità, cristallino, la consistenza sostenuta ci fa pensare ad un estratto secco dai valori alti. Avvicinando il naso al bicchiere si percepisce per primo una intensa botta minerale al naso, contraddistinta da pietra focaia, poi sentori agrumati, citrici, e floreali, fiori d'acacia. Si fa strada in bocca con una freschezza quasi pari alla sapidità, che è notevole. L'intensità del naso si conferma in
bocca, media lunghezza.
Greco di Tufo 2006 cru Ariavecchia
L'evoluzione del vino è già evidente nel colore giallo dorato tendente all'ambrato, cristallino, grande consistenza, si fa fatica a far girare il vino nel bicchiere, pur senza essere spento, la vivacità risulta meno evidente. Al naso una lieve nota di ossidazione, non vorrei fosse una bottiglia matrigna, che scompare dopo qualche minuto. Sentori di roccia vulcanica e zolfo.In bocca pieno, secco, caldo, asciutto. Ai lati della lingua pizzica ancora una bella acidità correlata ad un'impetuosa sapidità. Tra il pronto ed il maturo.
Aglianico doc Campi Taurasini 2008
Il colore rosso rubino carico, vivace, non farebbe pensare ad un vino di due anni e mezzo.Limpido nel bicchiere, consistenza adeguata.Al naso un'esplosione di frutta rossa non ancora matura, frutti di bosco, marasca, ribes. Assaggiandolo mi ricorda i vini "semplici" di una volta, la botte non si sente affatto( solo due mesi in botte grande di 2° e 3° passaggio), i tannini sono graffianti anche se non fastidiosi al palato. La freschezza esagerata ci consente di aspettare almeno altri due o tre anni per godere appieno di questo vino.

Taurasi docg 2006
Straordinario il fatto che gli antociani di queste uve ritardino così tanto l'evoluzione del colore di questi vini. Infatti anche qui, a dispetto dei suoi quattro anni e mezzo, ho notato un colore rosso rubino carico che lo differenzia da quellodell'aglianico 2008, solo per alcuni riflessi granata, verso l'unghia. Limpido, la consistenza è tale che non è proprio semplicissimo farlo girare nel bicchiere. Anche se non avessi saputo la provenienza geografica delle uve, alla prima goccia cadutami in bocca, non avrei potuto fare a meno di attribuirle all'areale Montemarano-Castelfranci-Paternopoli.
Un Taurasi materico, muscoloso, che lascia pochi spazi alla piacioneria, per giocarsela tutta sulla messa in bella mostra dei potenti bicipiti rappresentati da tannini ancora ruvidi che il tempo potrà levigare con calma, visto che gli elementi di durezza, nonostante il tenore alcolometrico sostenuto(14°), prevalgono ancora su quelli di morbidezza. Anche questo vino credo avrà lunga vita.
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Viaggio nel tempo, il greco di tufo del 1982

Trovandomi a parlare con Ciro Picariello del separietto-coda di Radici Wines, a base di prosciutto di montone, e non essendo il Ciro di Summonte-Montefredane insensibile all'argomento, mi lascio strappare una serata a quattro da me a Tenuta Montelaura . Presenti, anche Santa Rita, sempre da Summonte, moglie del vignaiolo fianista, e Santa Flavia da Forino, moglie dello scrivente fancazzista (tranquilli Maffi e Pigna, non ho bisogno del vostro aiuto, me lo scrivo da solo). Ci siamo divisi i compiti, io e mia moglie, allora le ho detto, tu cucini i mugliatielli, io i cardilli all'aringa affumicata. Non vi dico la risposta...o meglio, vi faccio la traduzione " e ti pareva! Ti scegli sempre le cose meno impegnative". Pazienza, ecchèdevofare...ormai il mio destino è subìre.
Mi arrovello il cervello per abbinare i vini (mamma che stanchezza!) e spulciando nel "mio caveau", mi balena in testa un'idea : devo costringere, per una sorta di contrappasso, Ciro Picariello, fianista per eccellenza, a bere il greco, e non un greco dei nostri tempi, ma i classici degli anni ottanta, Di Marzo e Mastroberardino, ambedue annata 1982 (a vista, sotto la polvere, mi sembrano le più in forma). Si inizia con i cardilli saltati all'aringa affumicata ed è lì che "ci piazzo" i due greco. Ma andiamo con ordine...
Greco di Tufo doc 1982 Di Marzo 
Lo verso dalla classica bottiglia renana d'antan, mi appare con un colore giallo dorato carico, tendente all'ambrato. Classica roteata nel bicchiere, mi esce abbastanza consistente(vol. alcolometrico 12%). Al naso è "strano", a parte l'evidente ossido-maderizzazione del vino, noto un altro sentore non molto piacevole che molto francamente non riusciamo a descrivere, nè io, nè Rita...Ciro non ci degna di attenzione, tutto preso com'è dai cardilli, sui quali ha riversato una generosa dose di peperoncino. Ad ogni buon conto, i circa trent'anni di questo vino, anche a suo giudizio, si sentono tutti, e di comune accordo con gli altri commensali, decidiamo di fermarci qui.
Greco di Tufo doc 1982 Mastroberardino
Stessa bottiglia renana di prassi per tutti i bianchi degli anni '80, almeno qui in Irpinia. Il colore è simile al precedente, ma con due differenze : questo possiede ancora vivacità, ed inoltre,il giallo dorato carico è pieno e non tendente all'ambrato.Gira facilmente nel bicchiere (alcool dichiarato in etichetta 11,50%), qualche frutto residuo ci arriva all'olfatto, ma insieme a un sentore ferroso. Alcune lievi note di ossidazione che dopo un pò si attenuano fino a quasi scomparire. Con queste premesse, siamo rimasti sbalorditi nel percepire in bocca, a dispetto dell'età, ancora una tagliente acidità accompagnata anche da una discreta mineralità( ferrosa). Più che potabile.

Allora, sia chiaro che non intendo dare nessun giudizio a questi vini fatti circa trent'anni fa, ma per essere bevuti subito. La storia vitivinicola dell'Irpinia ci consegna abitudini di quei tempi che grazie a Dio abbiamo perso : si usciva con la nuova annata entro l'Immacolata. Espressioni e parole quali batonnage, affinamento sulle fecce fini, che ora rappresentano la Bibbia dei migliori produttori, a quei tempi erano praticamente ignorate, a vantaggio della messa in commercio della nuova annata quanto prima possibile. Si ottenevano quindi, dei vini magri, scarichi e che perciò non avevano la capacità di migliorarsi e di reggere nel tempo.

Per la cronaca : abbiamo sentito anche il Fiano di Ciro e, chiariamoci, senza nessun intento di giocare partite straperse in partenza...il mio (quello del contadino, fatto "con i piedi", in tutti i sensi). Sui mugliatielli e sul prosciutto di montone, abbiamo tentato con l'"Aglianico di Baal" 2009, bel vino ma sui nostri piatti un tantino in affanno...forse Tecce..
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Una cavalcata nel 2002 con Guido Marsella
Fin da piccolo ho imparato ad apprezzare la carne equina, infatti i miei genitori, ritenendo che fosse molto nutriente per noi piccoli, ne facevano largo uso.Avevo qualcosa meno di un anno quando furono costretti a vegliarmi con apprensione per tutta la notte a causa di una mia letterale spazzolata di una bistecca di cavallo di 850 gr (me lo ricordano ancora , a quest'età!!! ).

La paura che potessi letteralmente scoppiare era forte, per cui mi guardavano trepidanti mentre io placidamente dormivo ignaro del loro stato d'animo. Da allora, giurarono a loro stessi che avrebbero dosato con parsimonia tutto il cibo che avrei ingerito. Ma... l'altra sera ci sono ricascato. Avendo a disposizione un bel pò di materia prima di ottimo livello e disponendo, inoltre, di una perfetta compagnia, abbiamo rifatto la cavalcata alla quale ero stato iniziato già alla tenera età di un anno. La preparazione era invitante, un tenerissimo quanto succoso fianchetto di cavallina: per intenderci quel taglio di carne che si "sfilaccia", sovrastato da una montagna di anelli di cipolla Ramata di Montoro, opportunamente abbinata alla carne, dalla "core woman-chef "(montorese) di Tenuta Montelaura. Emmò che ci beviamo sopra???
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La domanda, tra me e me, è sorta spontanea . Allora, carne di cavallo = tendenza dolce del ferro in abbondanza, cipolla ramata = altra tendenza dolce... aheèèè e qua 'a copp' o cuotto 'nci mettimmo l'acqua volluta (da sopra il cotto l'acqua bollita) !!! Senza dubbio alcuno, invece di mettermi a disegnare i poligoni dell'abbinamento cibo-vino mi avventuro verso il frigo sperando che ci sia ancora una "cavalla" nevrilica del 2002 di Guido Marsella. E mi dice bene : è lì, nel fondo del cassetto-frigo che mi strizza l'occhio. L'agguanto e con il petto gonfio, come quei cavalli da circo che mostrano la propria destrezza al pubblico aspettando il meritato applauso, mi rivolgo ai miei amici brandendo la bottiglia e pontificando: adesso ve la faccio vedere io la cavalcata!!! E giù applausi, che però ho il sospetto fossero più ironici che sinceri...ma comunque
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Stappo la bottiglia, tappo integro, come mamma sughero l'ha fatto. Verso un cicchettino nel bicchiere e dopo le giravolte di prassi, lo porto al naso.Complice un silenzio tombale in sala, odo in lontananza un rumore di zoccoli, prima al passo, poi al trotto, e mano a mano che il vino si apre diventa galoppo e si fa sempre più insistente, sempre più forte, sempre più veloce, fino a martellarmi il cervello. La osservo, ha un colore giallo dorato tendente all'ambrato, a dispetto della sua età (quasi dieci anni) è ancora molto vivace, ben piantata a terra, denota inoltre una notevole consistenza . Nel suo galoppo lascia una scia di profumi da far girar la testa : profumi mielosi, profumi di potenti ottani e...quel dolce fumè caratteristico delle "castagne del prete".
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La mordicchio a piccoli morsi, la centellino contestualmente ad un boccone di cibo... Si, è lei...la cavalla nevrilica indomita con la sua sferzante acidità che si piazza di traverso rispetto al dolce della Ramata e della carne e sostiene agevolmente ambedue, grazie anche alla ancora potente struttura. Che bella cavalcata!!! Ma chi l'ha detto che le cavalle giovani sono le migliori?
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Verticale di Taurasi
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Slow Wine non si ferma : verticale di Taurasi " I Capitani"
" Oheè, ragassi...non siam mica qui a contare i semini nella vinaccia!!! " Direbbe Bersani...Perciò, non si è ancora raffreddata la nuova guida di Slow Wine, che già siamo a battere...le vigne. Ed è proprio nel corso di una di queste prime battute 2011/2012 che ci siamo ritrovati a Torre le Nocelle, nella bellissima azienda "I Capitani"della famiglia Cefalo, nel pieno di una verticale di Taurasi. Ci becchiamo tre annate su quattro,di quelle a 5 stelle, e cioè la 1999, la 2001 e la 2004. Per l'annata 2006, che pure era in degustazione, mi sembra che al momento non ci sia valutazione da parte della commissione, perchè la relativa Anteprima Taurasi, non ha avuto luogo. A proposito di stelle e giudizi, vorrei fare qualche riflessione dopo, alla fine del post. Giusto per inquadrare la zona, siamo sulla collina immediatamente di fronte al versante di Taurasi che guarda Montemiletto e Torre le Nocelle, appunto. L'areale è di quelli più tendenti verso la prontezza che verso la potenza e la muscolosità, vini quindi gratificanti nella beva già dopo i "prescritti" tre anni del disciplinare, figuriamoci poi dopo una decina di anni che annoverano i più "aged" della batteria!!!
Taurasi 2006 Bosco Faiano
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Rosso rubino carico, vivacissimo ma impenetrabile come l'anima di una donna, imperioso nel girare nel bicchiere e con notevoli "lacrime" di glicerina che si aggrappano alle pareti stesse. Al naso tanta frutta, rossa, matura come si conviene e qualche elegante nota floreale di viola. Sul finale uno speziato ancora marcato ma non invadente. In bocca tanta ciccia sostenuta da un'acidità tagliente, tannini ancora scontrosi, ma in via di levigatura. Strano, questo millesimo ha fatto desistere molti produttori dall'imbottigliare vino atto a Taurasi, a mio avviso invece, questo vino ha notevoli potenzialità. Ma è sempre il solito gioco delle microzone, infatti mentre per alcuni in zone più basse la 2006 ha dato gli stessi cattivi risultati della '98, con le stesse caratteristiche di surmaturazione e con le uve attaccate da crittogame, qui nell'Alta Valle del Calore le cose sono andate diversamente.
Un millesimo da tenere in grande considerazione.
Taurasi 2004 Bosco Faiano

L'evoluzione del colore rosso granato verso l'aranciato, già ci "telefona" quello che sentiremo nel bicchiere. Notiamo ancora una lucentezza ed una vivacità notevoli, e la luce attraversa il vino con grazia. Bella consistenza indice di notevole struttura. Le note prevalenti, già a venti centimetri del naso dal bicchiere, sono tutte incentrate su frutta rossa sotto spirito(ciliegie) e speziato. L'alcool predomina leggermente sulla freschezza che pure si avverte imperiosa e ci fa pensare ad un vino che ha ancora tanto da dire. Notevole la lunghezza in bocca per questo millesimo in cui bisognava pilotare su un'autostrada dritta a velocità sostenuta.
Taurasi 2001 Bosco Faiano
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Qui siamo al rosso granato pieno con vivacità ancora maggiore della 2004. Meno permeabile alla luce del precedente. Strano ma questo vino ci risulta un pò più indietro nell'evoluzione. E la conferma l'abbiamo già al naso : frutta matura ma non cotta, frutta secca e caffè. Al gusto la notevole freschezza tiene bene a freno l'alcool valorizzando, anche grazie ai tannini ben svolti, altri sentori di cioccolato e vaniglia. La pienezza della beva fa il paio con l'interminabile lunghezza. Sicuramente ci delizierà anche fra dieci anni.
Taurasi 1999 Bosco Faiano
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Rosso rubino tendente al granato, ancora vivace, si lascia attraversare dalla luce con ritrosia. Profumo ampio, complesso ed elegante. In prima battuta tabacco, poi aprendosi disvela la rosa appassita, frutta rossa matura e spezie dolci. Freschezza di bocca ancora sostenuta, ci da una bella sensazione pseudocalorica, con un perfetto equilibrio di componenti tra durezze e morbidezze. Notevoli ci sembrano , sia la struttura che la lunghezza. I tannini vellutati ci danno la sensazione di un vino dalla stoffa aristocratica.
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E' stata una bella esperienza, anche alla luce della revisione dei giudizi che il nuovo sistema di valutazione delle annate, inaugurato con Anteprima 2007, prevede. Infatti, come già scritto in precedenza alcune annate che a prima disamina potrebbero sembrare negative, dopo qualche tempo si rivelano profondamente diverse. Sarebbe anche interessante andare a rivedere alcuni giudizi tranchant dati singolarmente ad alcuni vini che poi dopo pochi anni di evoluzione sono letteralmente "esplosi".
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Greco di Tufo docg 2010 Montesole, crù Vigna Breccia

" Sei veramente gelida, Bice, se ieri sera nemmeno il vino Greco e' riuscito a scaldarti ". Questa è la traduzione dal latino, dell'epigrafe di un affresco ritrovato a Pompei, risalente quindi al secolo precedente la nascita di Cristo. Ma non sono le presunte caratteristiche afrodisiache del vino Greco del tempo, ad interessarci (almeno il sottoscritto ), piuttosto le origini molto antiche del vitigno. Esso inizialmente fu impiantato e coltivato sui terreni alle falde del Vesuvio insieme ad altri vitigni bianchi con i quali concorreva nella produzione del famoso Lacryma Christi. Ed è solo nel XVII° secolo che il Greco trovò perfetta collocazione nell'area di produzione odierna e cioè in otto comuni della Valle del Sabato :Tufo, Altavilla Irpina, Chianche, Prata P.U., Petruro Irpino, Torrioni, Santa Paolina e Montefusco. Ed è proprio nell' "areale" di Montefusco che si colloca " Vigna Breccia", la vigna dei fratelli Gnerre, storici conferitori della Cantina Montesole sin dall'esordio, nel lontano '94.
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Questo areale da dei vini naturalmente diversi dagli altri, nel senso che mano a mano che ci si allontana da Tufo andando verso Montefusco, la potenza solfurea si attutisce sempre più, fino a quando, proprio a Montefusco che è l'ultimo comune della denominazione, lascia prevalere l'eleganza dei sentori agrumati sulla potenza di quelli minerali ( ah questa benedetta-maledetta zonazione, quanto sarebbe utile farla!!!). Il Greco di Tufo Vigna Breccia fa parte di un progetto complessivo nato nel 2007 in concomitanza con il cambio di guardia degli enologi nella "Montesole". Michele D'Argenio, nuovo enologo della cantina, chiese ed ottenne la realizzazione di un progetto che prevede la selezione di vini crù da vigne maggiormente vocate tra quelle dei conferitori storici dell'azienda, nelle tre tipologie di vitigni delle docg. Nascono così "Vigna Vinieri" per il Taurasi, "Vigna Acquaviva" per il Fiano e "Vigna Breccia" per il greco. Come per le altre due vigne, Vigna Breccia non è un nome di fantasia, non c'è nessuna favoletta costruita dal marketing, ma è proprio secondo la toponomastica catastale che la vigna si chiama così e la motivazione è ben evidente andando a calcarne il suolo composto da terreni argillosi misti a piccole pietre (breccia).
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Siamo tra i 600/650 mt slm, quindi con escursioni termiche notevoli, le pendenze esagerate del vigneto di un ettaro e mezzo, sono tutte a vantaggio del perfetto sgrondo delle acque meteoriche, che diversamente sarebbero una iattura per terreni argillosi come questi. A dispetto del classico sistema di potatura del Greco di Tufo a quattro, sei tralci che si dipartono dal fusto principale, adottato dalla stragrande maggioranza dei produttori a causa della scarsa produttività del vitigno (spesso alcune gemme sono cieche), qui a Vigna Breccia, la maniacale volontà di ridurre le quantità a vantaggio della qualità, porta ad adottare un Guyot a due soli tralci, stesi sul primo filo di ferro in opposta direzione.
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Ed è anche per questo che le rese ad ettaro sono bassissime, oltre che per la scarsa densità d'impianto visto che parliamo di una vigna vecchia ( circa 2500 ceppi per ettaro, allora così " si usava"), nell'ordine di circa 60 qli ad ettaro. Gli Gnerre, tre generazioni di viticoltori, che durante il ciclo produttivo hanno incontri periodici con Michele D'Argenio, enologo di Montesole, praticano inoltre una potatura verde rigorosa, usano fare cimatura apicali ma non defoliazioni laterali che potrebbero esporre le uve a scottature pregiudicanti. Nessuna concimazione e nessun diserbo chimico viene praticato, una sola lavorazione del terreno dopo la vendemmia (vangatura), per renderlo più ossigenato, e poi solo sfalci dell'erba. Passiamo alle lavorazioni in cantina, che rappresentano quanto di meno invasivo possibile, alla luce delle nuove tecnologie: vinificazione in bianco, pigiatura soffice con abbattimento delle temperature del mosto fino a 12°, questo già dal convogliamento del pigiato in pressa. Qui staziona in macerazione per brevi periodi onde avere un'estrazione di aromi più completa. Successivamente solo il fiore del mosto viene utilizzato per il crù Vigna Breccia, mentre la restante parte va per la linea base. Nessuna filtrazione, l'illimpidimento avviene attraverso l'utilizzo della tecnologia del freddo e quindi dopo questa prima chiarifica si va in fermentazione con lieviti varietali per circa 20/30 gg. Subito dopo il primo travaso, effettuato per eliminare i residui grossolani intanto precipitati sul fondo, si inizia la fase di affinamento sulle fecce fini, che dura circa sei/sette mesi a seconda dell'annata. Una nuova chiarifica, sempre con il solo freddo, e via in bottiglia per almeno tre mesi. Ma già da quest'anno sembra che l'azienda, molto sensibile alle sollecitazioni del suo enologo Michele D'Argenio, voglia allungare i tempi per la presentazione dei crù, infatti al Vinitaly 2012 sarà presentato il Vigna Breccia 2010.
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Passando alla degustazione, restiamo già colpiti dal colore, che è leggermente più scarico di quelli dell'areale di Tufo, ma con riflessi verdognoli. E già questo la dice lunga sulle potenzialità evolutive del vino. Ma procediamo nella degustazione, verificando una bella consistenza oltre ad una magnifica vivacità. Al naso inizialmente ci appare un pò chiuso, sarà stato per la temperatura troppo bassa( 9/10 gradi), sarà perchè aveva naturalmente bisogno di qualche minuto per aprirsi, fatto sta che abbiamo appena avuto il tempo del primo boccone di Mallone, che siamo stati investiti da un'esplosione di profumi, intensi ma eleganti, agrumi per primi, in particolare pompelmo rosa, poi pesca, albicocca ed infine il minerale. Il primo sorso si è militarmente piazzato ai lati della lingua come a presidiare zone di confine, per poi invadere anche il centro, occupando così, tutte le papille gustative. Al secondo, la pienezza di bocca si è confermata completa, dandoci una sensazione di avvolgente sapidità. Ecco, siamo prigionieri di Vigna Breccia...ma ci siamo "quasi " liberati grazie a quella delizia che ci avevano preparato in abbinamento : Sua maestà il "Mallone", dico quasi perchè l'abbinamento non è risultato perfetto, il vino prevaleva sul piatto(e ci credo!!!). Allora, ricordandomi dei suggerimenti di abbinamento del Greco di Tufo con l'agnello, che Angelo Muto( Cantine dell'Angelo) più volte mi aveva dispensato a larghe mani nel mio più completo scetticismo, l'ho voluto provare anche sull'agnello alla brace. Non ci siamo, qui è l'opposto : il piatto prevale sul vino!!! E' pur vero che il Greco è un rosso travestito da bianco, ma come per tutti i "travestimenti", l'originale è sempre meglio!!! ;-))
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